
C’è un modo di viaggiare che non serve solo a spostarsi.
Un modo in cui la strada smette di essere “tempo da attraversare” e diventa esperienza, presenza, vita che accade.
Oggi, tornando da Cortona verso Treviso, dopo il weekend in presenza del Master in counseling filosofico, ho scelto volontariamente la strada più lunga.
Niente autostrada, niente fretta, niente necessità di arrivare il prima possibile.
Avevo bisogno di restare ancora un po’ dentro ciò che avevo vissuto.
Durante questi giorni si è parlato molto dello sguardo e dell’ascolto. Non solo come strumenti del counseling, ma come modi di stare al mondo.
Lo sguardo non è soltanto vedere.
È saper cogliere ciò che normalmente sfugge. È accorgersi di ciò che non fa rumore. È comprendere che ciò che guardiamo, in qualche modo, guarda anche noi. Ci trasforma. Ci interroga. Ci restituisce qualcosa.
E l’ascolto non riguarda solo le parole.
Lo abbiamo percepito nel corpo: dove si posa una voce, cosa accade dentro di noi quando qualcuno ci parla davvero, quanto sia raro essere ascoltati senza fretta, senza giudizio, senza l’urgenza di rispondere.
Forse è proprio questo che spesso dimentichiamo: vivere non significa soltanto attraversare le giornate, ma sentirle.
E così oggi il viaggio è diventato una continuazione naturale di quel percorso.
Sono passata in una strada immersa nel bosco, dove il verde sembrava quasi chiudersi intorno alla macchina come un abbraccio silenzioso. Poco dopo il paesaggio si è aperto verso il mare, luminoso e immenso, e più avanti ancora sono arrivate le campagne, lente, quiete, piene di luce.
C’era il sole.
La temperatura perfetta.
Le strade quasi vuote.
Il finestrino abbassato.
E a un certo punto mi sono resa conto che non stavo solo guardando il paesaggio: lo stavo percependo con tutto il corpo.
Gli odori cambiavano da paese a paese.
L’aria del bosco non aveva nulla a che vedere con quella vicino al mare. Le campagne avevano un respiro diverso ancora. E noi queste cose le sentiamo, continuamente, solo che spesso non ce ne accorgiamo più.
Viviamo anestetizzati dalla velocità.
Passiamo da un luogo all’altro senza attraversarlo davvero.
Guardiamo senza vedere.
Ascoltiamo senza accogliere.
E invece oggi ogni dettaglio sembrava chiedere presenza.
Persino l’assurdo e il meraviglioso hanno trovato spazio, come succede quando siamo davvero attenti alla vita: a un certo punto si è accostato accanto a me un signore con un sidecar, e dentro c’era un cane con gli occhiali da motociclista.
Ho sorriso da sola.
Di quelli spontanei, leggeri, quasi infantili.
E forse la meraviglia è proprio questo: non qualcosa di straordinario in sé, ma la capacità di restare aperti a ciò che accade.
Sono arrivata a casa non stanca, ma rigenerata.
Entusiasta.
Arricchita.
Come se quel viaggio mi avesse ricordato qualcosa di essenziale: che i sensi non servono soltanto a raccogliere informazioni sul mondo, ma a entrare in relazione con esso.
Forse il counseling filosofico, in fondo, parte anche da qui.
Dal tornare a guardare davvero.
Dal tornare ad ascoltare davvero.
Dal permetterci di sentire la vita mentre accade, invece di rincorrerla continuamente.
E forse, ogni tanto, dovremmo tutti scegliere la strada più lunga.
Jessica Helen Campanerut
